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sabato 28 agosto 2010

MARDIN Mesopotamia TURCHIA 2010






10 agosto 2010



Stamane lasciamo Urfa, anche se ormai ci sentivamo a casa e soprattutto affezionata alle carpe sacre, le mie carpine, per andare a Mardin. Questa città è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio culturale dell’umanità. Fino a poco tempo fa, mi dicono, era chiusa al turismo per via delle tensioni tra governo e Pkk. Volevo farla in giornata ma non è così vicina, sono ben 175 km. Cercheremo un hotel per la notte. Ho sentito che è una cittadina molto carina e son curiosa di vedere com'è. Il fatto che non sia da molto aperta al turismo mi affascina. Spero sia rimasta genuina. Volevamo andare anche ad Hasankief, ma è crollato un masso grande nel fiume e han chiuso il castello. Ci porterebbe fuori strada anche, così un pò a malincuore, decidiamo di saltarla.
Ci si alza presto, una bella colazione, un pò di cay bello caldo e si parte. Prima Aziz dice che dobbiamo prendere un taxi, ma poi usciti dalla sua guest house facciamo 20 metri e lo sentiamo che ci chiama e ci da un passaggio. I curdi sono speciali, ci ha ripensato, lo sapevo! Ci accompagna alla Otogar dei pullman che si trova a 7 chilometri dal centro, perchè l'hanno rifatta poco tempo fa fuori dal paese. Ci augura buon viaggio, ci saluta e aspetta che arrivi il nostro bus. Fatti i biglietti radunano in gruppo chi, come noi, va a Mardin. Siamo in sette, bene, ci caricano su un'auto. Si, noi sette e il conducente. Non capisco come riescono ad incastrarci tutti con zaini e bagagli, ma ce la facciamo. Cose turche! A volte prendi il bus nelle fermate principali fuori dal paese a volte, invece, ti caricano e ti portano ad altre fermate.
Arriviamo dopo pochi minuti, per fortuna, visto che siamo così incastrati che quasi dubito di riuscire a scendere prima o poi. Il pullman è appena arrivato, carica le nostre valige e parte. Prendiamo il bus da Urfa alle 9.00 e in tre ore siamo a Mardin. E' mezzogiorno. Come sempre è una giornata limpidissima, sole e cielo blu. Arriviamo alla città nuova di Mardin e andiamo ad informarci per il bus che ci porterà a Van domani. Bene il ragazzo dell'unica agenzia non parla inglese e nessuno dei presenti. Ok parto con il mio mimo "Van golu".. "bus".. bene ci scrive l'orario di partenza su un pezzo di carta e ci mima che dobbiamo tornare a Diyarbakir e il bus c'è domani. Va bene cercheremo un hotel e restiamo per la notte, domani faremo i biglietti. Ci scrive su pezzo di carta il nome di un hotel e ci indica la fermata per il paese vecchio.

MARDIN

Armati dei nostri bagagli prendiamo il pullmino che porta nella cittadella, che si sviluppa tutta intorno sulla cima della montagna. Appena saliti abbiamo gli occhi addoso. Occhi curiosi e genuini che subito dopo ci chiedono di dove siamo. In turco ovviamente e non so se la domanda era quella, ma rispondiamo "Italia" e tutti sorridono ripetendo "ah Italia"... C'è una sensazione di amicizia unica, come se in questo paesino ci si conoscesse tutti. Molte donne mi fanno sorrisi e guardano cusiose, quando noi osserviamo loro. Quando scendono ci salutano e ancora una volta capisco che qui l'arrivo di uno straniero è ancora un piccolo evento. Ci si sente davvero ospiti da queste parti. Piccoli avvenimenti che ti fanno sentire benuto. Tutti sul bus sanno in che hotel andiamo e solita cortesia si ferma davanti per farci scendere. Qui non ci sono mai le fermate, la gente alza la mano e scende dove vuole. Tanto il dolmus va avanti e indietro tutto il giorno e un bus si trova sempre.
Il primo colpo d'occhio ci colpisce subito. Unico nel suo genere, per ora, questo paesino è completamente costruito in roccia chiara, di un colore caldo, quasi miele. Costruzioni che quasi si confondono con il colore della terra arida. Le case sono bellissime, finemente decorate e intagliate. L'architettura di questo paese è davvero deliziosa. Siamo in mesopotamia e qui la storia è ovunque, così come le sue lontane testimonianze.
Le case sono aggrappate al promontorio secco e si sviluppano a gradoni. Il paese è ricco di moschee, madrasse e chiese. Siamo a 1.083 metri di altitudine e il panorama sulla pianura mesopotamica è superbo. Ovviamente ci sono i soliti quaranta gradi secchi secchi ed un bel sole a picco. La grande distesa mesopotamica è colorata a scacchi verdi e gialli. E io che la immaginavo completamente gialla e sterile. Si estende davanti ai nostri occhi e scompare lontano, in una lieve foschia.
L'hotel da fuori non sembra male, è in una bella posizione ed è economico. Le solite 25 lire turche a testa, 13 euro. Si chiama Basak Otel. Non lo consiglierei nemmeno ad un cieco. Il bagno è in comune con tutto il piano dell'hotel, la finestra della doccia da sul corridoio ed è inguardabile anche da lontano. Per una notte possiamo farcela, ma da evitare. Un ragazzo turco, poverino, non vedente ha la camera con le finestre che danno sul corridoio. Forse ignaro dorme con la finestra aperta. Vado a fare la doccia in un locale che anche nel terzo mondo sarebbe considerato fatiscente. Esco e trovo Alessio di fianco ad un ragazzo che lava i piedi nel lavandino. Lo guardo un pò scioccata, ah è il ragazzo non vedente, poverino.
Usciamo dal nostro polveroso hotel per fare un giro per questo pomeriggio assolato e caldo. La tranquillità di questo paese è sorpredente. Il paesino è arroccato su per il pendio con case ammassate su di loro, tutte in pietra calcarea decorata che guardano verso la Siria. Ci sono tante terrazzine per bere cay. Per prima cosa ci concediamo un tè con magnifica vista sulla Mesopotamia. Stare qui in relax a gustare il cay con questa vista mi ripagherebbe di ogni fatica! E' un posto unico!

Riprendendo a camminare senza meta ci ritroviamo davanti ad un bellissimo edificio. Per oggi abbiamo abbandonato qualsiasi guida, voglio fare un gior e vedere senza un itinerario preciso, a caso. Vedono che curioso tra la porta aperta e subito ci invitano ad entrare. E' l'UFFICIO POSTALE del paese, nonchè un ex caravanserraglio del diciasettesiamo secolo. Probabilmente è l'uffico postale più bello del mondo, o almeno della Turchia. Una bella scalinata sempre in pietra porta a delle stanze con porte e finestre finemente intagliate. Uno stile davvero elegante. Penso a quando le carovane si fermavano qui e forse la vita era semplice ma molto bella.
Proseguendo il cammino per le vie di Mardin, cammino guardando in aria per ammirare le decorazioni in pietra e penso a come doveva essere nel passato durante le varie dinastie. Fu voluta da Saladino, posseduta da Tamerlano e dai persiani. Fu attaccata dagli Omayyadi e Abbassidi, sciiti e curdi sunniti, Selgiuchidi e Turcomanni. Una vita turbolenta a pensarci bene. Mardin era chiusa al turisto fino a poco tempo fa per gli scontri del Pkk, ma in questo pomeriggio dorato la vita qui sembra così tranquilla e bella, che proprio non riesco ad immaginare nulla di tutto ciò.
Gironzolando finiamo per esser presi per mano da alcuni bambini. Vogliono solo chiacchierare un pò, sanno l'inglese e si divertono a portarci in giro per il paesino per quelle strade che solo i bambini fanno. Ci portano prima in una moschea, accendono le luci, mi fanno togliere le scarpe e mi coprono il capo con una stoffa. All'interno delle tombe e l'impronta del profeta Maometto, protetta da una teca in vetro con dei buchini. I bambini mi fanno segno di annusare, ma non sento l'odore del piede, sinceramente.Forse era miracoloso o non so che.
Proseguiamo per stradine in salita verso i RESTI DEL CASTELLO SULLA COLLINA. Pare che questi resti abbiano 3.000 anni. Dobbiamo anche scappare perchè c'è un cane randagio che ci ringhia dietro. Fare la strada principale comoda comoda no? Va bè alla fine è divertente arrivare in cima un pò all'avventura tra strade secondarie, gradoni che devo salire e giocando con i bambini che si divertono a indicarci la strada.
Parte del castello è zona militare, perchè punto strategico da cui si vede fino alla Siria. In un luogo così bello, proprio non riesco a pensare ad una guerra, eppure fino a poco tempo fa era una zona molto calda. Da su il panorama è particolarmente bello con il paese di pietra dorata che si estende ai nostri piedi, le terrazzine, le cupole e i minareti affacciati sulla grande pianura Mesopotamica. Cupole di ogni forma, così eleganti nei loro profili mordibi. Minareti decorati si stagliano verso la pianura a scacchi davanti a noi. I bambini si divertono a guardare nell'obbiettivo della nostra macchina. Ci danno il loro indirizzo di facebook per mandar loro le foto! Dovunque in Turchia amano le fotografie.

Saltando giù da un paio di gradoni arriviamo all'ingresso della grande moschea la Ulu Camii dalla bella cupola di pietra a spicchi isale all'epoca selgiuchida (XI secolo) e il minareto sulla mesopotamia, che per la foschia non ne vediamo la fine. Nel chiosto della moschea un pò di verde, una fontana ed archi da cui si vede sempre questo bel panorama. La guardia viene a chiedere la nostra nazionalità per regnarla a penna su un registo e cordialmente saluta. In una delle sale della moschea le colonne sono progettare per resistere ai terremoti, perchè sono girevoli. Qui i terremoti sono di casa e in questo modo si conserva l'edifico intatto, che resiste alle scosse. Fantastico. C'è sempre da imparare. I bambini ci avevano aspettato fuori, ma poi entrano a bere dalla fontana e insieme usciamo. Ancora qualche gradone bello alto da saltare e siamo giù. Non hanno notato che non sono così agile con tanto di zaino per macchina fotografica? Poi ci salutano sorridenti e ci augurano buon viaggio, mentre tornano a giocare dagli amici.

Facciamo un giro per il BAZAR. Uomini vestiti in modo tradizionale con gilet, sciarpa in testa e pantaloni con cavallo molto basso. Diversi usano degli asini bianchi, su e giù per le vie a gradoni di questo bazar all'aperto. Un vero bazar! Qui i negozi sono quasi solo alimentari. Nessuno ti chiama per vendere. Passeggiamo tra minuscole botteghe che si susseguono per la strada a tratti gradinosa, a tratti sterrata. Si lavora la lana, si riparano le selle, si vendono te, saponi, frutta secca, formaggi e carni, carcasse di aninali e teste di pecore. Davvero particolare e autentico con le vie che salgono e scendono. Compriamo un pò di tè, un sapone alla mandorla e delle mandorle tostate.

C'è anche un Museo archeologico che raccoglie ritrovamenti della regione, ma non lo visitiamo.

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Tornati per le vie centrali siamo nella piazza con dei taxi. Decidiamo di andare a vedere l'antico monastero Deir Az-Zafaran, di rito siriano ortodosso. E' stato distrutto e riedificato più volte dopo le conquiste dei siriani e dei mongoli ed oggi è un importante collegio per studiosi. Una delle tante leggende dice che sia sacro perchè edificato sulla pietra che usò Pietro dopo le parole di Gesù "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa."
La presenza di questo genere di monastero non è così insolita. Qui ci sono diversi monasteri cristiani. Quello che visitiamo si trova a 7 km e la lingua liturgica è ancora l'aramaico. Contrattiamo con un taxi l'andata e ritorno, compreso il tempo di aspettare che facciamo la nostra visita. Arrivati c'è una guida che spiega, ma solo in turco. Così mi aggrego a due viaggiatori: un ragazzo americano che fa il giro con un turco che da anni vive in germania, un suo amico. Così sento la spiegazione in tedesco. Il monastero risale a 397. Nel passato era utilizzato dai romani come fortezza, fu in seguito un Monastero e sede del Patriarcato della Chiesa siriaco ortodossa. Il colore delle pietre che lo componfono e i fiori di zafferano che crescono intorno gli hanno dato il nome: Deyrul Zafaran, zafferano appunto. Leggende popolari dicono che lo stesso zafferano fu mescolato alla malta, per dare questo bel colore caldo. Quanto mi piacciono le leggende e da queste parti se ne sentono molte. Il monastero sorge sulle rovine di un templio degli adoratori del sole.
Si trova un pò isolato e da qui si vede tutta la cittadella di Mardin a ridosso della montagna. All'ingresso vedo delle foto invernali, sotto la neve è davvero magico questo monastero.


monastero Deir Az-Zafaran



MARDIN
Ripreso il taxi torniamo in città per fare due passi e goderci il tramonto. Ci sistemiamo su una delle terrazzine panoramiche. Ci gustiamo due cay, io lo prendo alla mela, il mio preferito. E' proprio un angolino delizioso. I minareti decorati e le cupole arricchiscono il panorama. Con il il tramonto, il sole colora il cielo e la leggera foschia sfuma i contorni di alture lontane. Molti gli uccelli che volano in cielo e gli acquiloni. La luce aranciata e calda colora le pietre dorate dei minareti sulla mesopotamia. Un bel tramonto davvero. Sono contentissima di essere rimasta per la notte, adoro questo paesino così vero, antico e rilassante. Adoro l'atmosfera magica.

Per cena ci fermiamo in un posto molto locale e ci godiamo una bella cenetta. Insalata di pomodori con tanto di salsa al melograno, zuppa locale, due piatti di carne con verdure di diverso tipo, riso in bianco e ayran da bere. Ottimo e abbondante. Torniamo a passeggiare per le viette, ora buie della sera.
Anche se qui c'è ancora chi parla l'aramaico non trovo nessuno per conversare sulla lingua di Gesù o per avere maggiori informazioni. La lingua di Gesù?! e dei siri, che un tempo erano gli assiri della Mezzaluna fertile. Magari siamo noi che non ne riconosciamo il suono. Trovo che in aramaico Mardin è formata da "Din" che vuol dire religione e da "Mar" che significa santo.
Dopo cena un cay e ci incamminiamo verso l'hotel. Troviamo ancora i bambini di oggi che ci salutano e dicono che stanno tornando a casa per andare a dormire. Che carini. Andiamo a nanna anche noi. Domani partiamo alla volta di Van. Laghetto arrivooooo ! il viaggio continua !


qualche scatto di Mardin

HARRAN e i suoi trulli di fango TURCHIA 2010

08 agosto 2010


Oggi mi sveglio in una pozza di sudore, il sole è già caldissimo e i muri quasi scottano. Abbiamo due letti singoli spaziosi e il condizionatore, che non accendiamo mai, ma sarà il caso visto che persino i muri cacciano caldo. Ci alziamo presto e facciamo colazione nel cortile. Pomodori e cetrioli, formaggio, pane, miele e ovviamente l'immancabile cay bollente.
Ci carichiamo di energia per affrontare il nuovo giorno con il cibo e i sorrisi di Aziz e Ferida. Oggi passeremo la mattinata ad HARRAN Aziz ci farà da guida. E chi se no?!
Nel testamento era ritenuta la città antica e dove Abramo passò parecchi anni della sua vita, esattaente quella che viene menzionata nella Bibbia come l'antica Carre. Si trova ad una quarantina di km da Urfa e a soli 10 km dalla Siria. Harran divenne anche la capitale del regno assiro nel VII secolo a.C. sotto Assurbanipal. Solo l'idea mi sembra mito, leggenda e storia.
Il 18 marzo 2010, proprio poco fa, nella pianura di Harran è stato scoperto un santuario realizzato circa 12mila anni fa, probabilmente nell’Era Neolitica. Sarebbe il piu’ antico luogo di culto del mondo. Fino ad oggi il luogo di culto piu’ antico del mondo era considerato un tempio scoperto a Malta e risalente a 5.000 anni a.C.
Anche se avevo letto pareri poco entusiasmanti da parte della maggioranza dei turisti, partiamo gasatissimi in macchina con Aziz. La strada da Urfa è dritta dritta verso la Siria, tra campi assolati senza fine. E Harran come questa parte della Turchia è storia. Storia nascosta sotto ogni sasso sui cui batte il sole. Tutto qui ha il sapore di antico e magico, come in un libro di storia. La stessa storia che a scuola non ho mai imparato e che ora, davanti ai miei occhi, sembra così bella ed improvvisamente anche interessante. Harran ora sorge sulle rive del fiume Balikh e arrivando in una bella giornata d'agosto è un villaggio povero nell'immensa pianura dove la polvere e la terra sono ovunque. Un terreno arido e case di fango secco. Non c'è in giro nessuno. Scendiamo dall'auto con Aziz che ci accompagna su una collinetta da cui vediamo le rovine dell'antica Carre. Ci lascia soli e ci aspetta in un piccolo bar vicino ai trulli, lasciandoci liberi di girare.
Pensare che Harran in epoca romana era d'importanza strategica perchè si trovava sulla strada che collegava Ninive a Carchemish, quasi quasi non è facile ora che sembra un luogo così dimenticato nel nulla. Per questo godeva di molta importanza da parte dei re assiri. Durante l'epoca romana fu teatro della disastrosa sconfitta subita dal governatore romano Crasso ad opera dei Parti. Qui ci fu anche a sconfitta dell'imperatore Galerio ad opera del re persiano Narsete (297 d.C.).
Dalle iscrizioni ritrovate possiamo sapere che nel 2.000 a.C. Harran esisteva già. Tutta questa regione è stata considerata sacra da molte culture diverse. Quel che resta dell'antico culto sabeo dei Pianeti Sacri dista solo 60 chilometri e in un'area di un chilometro di raggio si trovanno i resti di diversi tempi consacrati al culto del Sole, della Luna, di Giove, di Venere, di Saturno e di Mercurio.
Non era lo sconosciuto villaggio che ora, bensì aveva una certa importanza perché era uno dei luoghi di culto più importanti, che ospitava il tempio di Sin, il dio della luna. Sin era una divinità venerata del pantheon assirobabilonese eil suo culto continuò fino al VI secolo d.C. Proprio in questa città. Non me lo immagino. Il tempio aveva un tetto coperto da foglie di cedro del Libano. Sin era originariamente rappresentato con una lunga barba e con una mezzaluna che sovrastava una tiara fornita di corna. Poi nei secoli successivi venne raffigurato con una semplice mezzaluna.
Questi resti antichi sono ora chiusi da una recinzione, nella quale vi sono grandi buchi per entrare. Restiamo a girovagare affascinati, sotto il sole e l'alito di vento caldo e secco che sembra arrivare dalla Siria. Troviamo persino un serpente, ma quello non mi affascina per nulla. I resti si stagliano nella pianura arida e il cielo, azzurro e marrone sono i colori di questo fazzoletto di terra.
Ci sono i resti di una delle più grandi Università Coraniche, ma sopratto Colpisce il minareto della Grande Moschea “Ulu Cami” risalente all'VIII secolo, costruita nell'epoca omayyade da Marwan II, ingrandita dal califfo Al Ma’mum e forse anche restaurata dal mitico Saladino. Al suo interno furono ritrovate le lapidi del re babilonese Nabonedo, che oggi si trovano al museo di Sanliurfa. Ci fermiamo ancora un pò a girare per i resti di quella che dovrebbe essere una delle città più antiche del mondo e poi raggiungiamo Aziz, sotto l'ombra delle tende del bar. Un cay in compagnia è quel che vuole e il te anche se caldo, disseta molto. Passa qualche famiglia locale su carretti trainati da dromedari. La modernità qui è lontana.

Dopo un po' di relax riprendiamo il giro per Harran, verso la città. Terra secca e polverosa interrotta da strisce di terra verde, perchè irrigata e coltivata.  
Trulli di fango spezzano il paesaggio monotono ed il profilo di villaggio semplice e desolato. La città è circondata mura, che sono state restaurate nel XII d.C. Purtroppo si possono vedere solo cinque delle dodici porte originarie. L'antica Charre sorgeva dove ora si trova il centro, cioè sulla sommità delle pendici della collina. In questa zona non sono ancora stati compiuti scavi archeologici, ma la religione ci da le sue notizie storiche. Harran è dove si fermò Abramo per alcuni anni mentre si stava spostando da Ur in Caldea, verso la terra di Canaan, la Terra Promessa (Genesi 11:35). Suo padre Terach morì proprio in questa città. Sulla strada che risale la collina, ora ci sono due stipiti con un cartello secondo che sta ad indicare che in questo luogo si trovava "casa di Aran", dove risiedeva Sara prima di sposare Abramo.
Io trovo molto belli e interessanti tutti i trulli che fanno capolino e compongono il villaggio solitario. Queste costruzioni a forma conica sono d'argilla chiara per adattarsi al clima torrido della zona, fresche in estate e miti in inverno. Veri cubi di fango alti anche quattro o cinque metri. Ed è proprio l'altezza, oltre che il materiale, a mantenerli freschi anche con un clima così torrido. A noi piacciono e colpiscono queste abitazioni alveolari che abbiamo l'occasione di poter vedere anche all'interno. Non so quante ve ne fossero prima, ma oggi ne son rimaste tante. Fa riflettere il fatto che questi trulli siano così simili a quelli di Alberobello, in puglia. Persino gli abitanti lo ripetono. Da quel che so, si trovano solo in tre punti nel mondo: qui, in Iran e appunto in Puglia. Chissà cos'hanno in comune?!
Sono usati più che altro come deposito per le merci e gli oggetti di casa dato che le persone vivono nei cortili. Apparentemente sono famiglie che non hanno proprio nulla e visto che non piove quasi mai basta un tappeto per sedersi o riunirsi per mangiare. Per dormire ci sono dei letti e talvolta si va sui tetti.
Aziz ci porta a pagare il biglietto, una formalità, per i resti della cittadella. Resti, appunto, rimane molto poco. Le guardie ci fanno sedere all'ombra e ci offrono un cay in compagnia. In un altra zona di Harran stanno ballando in cerchio, c'è la musica alta e persino un vocalist. Quando arriviamo c'è un grande tendone con tappeti sul terreno, sotto la tenda bianca solo uomini che parlano e bevono.
I bambini ci vengono in contro come scendiamo dalla macchina. Ora siamo gli unici turisti. Qui curdi e arabi sono le etnie principali, ma le razze sembrano di più. I bambini ci seguono, ci guardano, ci sorridono e ci chiedono qualche cosa. Non chiedono soldi ma di farsi fare foto in continuazione e si divertono a guardarle. Alcuni mori, altri biondi con la pelle ambrata e che pare dello stesso colore di questa terra secca. Nel frattempo in un cortiletto vicino gli adulti ballano a piccoli passi, alzano le spalle a ritmo di musica e urlano con schiamazzi in stile indiani. Le donne sono coperte sul capo da stoffe colorate ed il violetto a Urfa e Harran la fa da padrone. Le donne hanno abiti lunghi fino ai piedi e colorati. Anche gli uomini però nonostante il caldo hanno camicie e pantaloni lunghi in segno di rispetto. Sembra una festa. Ci invitano a ballare ma non ci tratteniamo olte e saliamo in macchina per fare ritorno alla nostra Guest House con Aziz. E' proprio l'ora più calda della giornata, ma torniamo ugualmente alla cittadella di Urfa. Strada facendo passiamo dal negozio di uno dei suoi nipoti per fare un saluto: e allora ci offre l'ennesimo cay della giornata e chiacchiera un pò insieme a noi. Parla bene inglese e affronta molti temi di attualità e religione, in maniera molto amichevole e interessata. Anche se ci consiglia ci non andare in giro con questo caldo, lasciamo il suo piccolo negozio proprio fuori alla cittadella e andiamo a vistare i resti del castello, visto che non siamo ancora saliti. Da lì si vede tutta la città e tutto il verde del parco di Urfa. Anche se fa caldo non è impossibile, quache scalino e siamo arrivati. Da su è bello il panorama verso il resto della città nuova, su quella vecchia e sul parco. Case che sembrano tanti scatoloni, cubi marroncini a perdita d'occhio in tipico stile mediorientale. Il cielo è sempre azzurro puro e Urfa si estende tutta ai nostri piedi. Scesi entriamo nella grotta di Abramo. Ci sono due ingressi, rigorosamente separati, uno per le donne e uno per gli uomini. Ci ti toglie le scarpe, ci si copre e si entra in questa piccola grotta piena di donne che bevono dalla stessa ciotola l'acqua miracolosa che sgorga. E' un'esperienza da fare.. è un via vai di donne colorate oggi, è persino difficile arrivare alla fonte. C'è una vetrata con il resto della grotta illuminata con luce verde, un pò kitch. E' vietato fare foto, così rispetto la richiesta a rinuncio a qualche scatto ricordo.
Usciti dalla grotta ci immergiamo nel bazar, per mangiucchiare e girovagare un pò. Passiamo il resto del tempo così a sbirciare le merci del bazar di Urfa, la piscina delle carpe che è sempre uno spettacolo divertente e finiamo tra i tavolini a bere cay, che sotto gli alberi sono sempre una sosta piacevole. E' strano vedere tutte queste fontane e giri d'acqua, alberi verdi che fanno ombra in una zona così arida.
Torniamo per cena alla guest house con Aziz, moglie e gli altri ragazzi stranieri. La cena è sempre ottima, cous cous e verdura al forno con carne, bibite e cay. C'è anche una nuova famiglia tedesca con una figlia che avrà 3 anni, loro si che sono popoli come si deve. Non si fanno fermare da nulla e girano anche con figli piccoli.
Dopo cena non resistiamo e torniamo a fare un giro per la cittadella. Non l'ho ancora vista la notte perchè vado a letto sempre presto. Non c'è nessun pericolo la sera e tutto è tranquillo. Deliziosi baretti con vista sulla vasca e sulle mura illuminate. Regna una pace e una tranquillità uniche. Il parco è anche ora pieno di gente che passeggia e beve cay in compagnia. E poi bambini, tanti bambini con le famiglie che passeggiano e ancora danno al cibo alle carpe. Questo luogo è molto bello anche la sera con le luci che si riflettono nello specchio d'acqua della vasca ed una tranquillità che non avrei immaginato nella terra chiamata kurdistan.
Ci fermiamo anche noi per bere un te con vista castello illuminato e vasca sacra, sugli sgabelli tipici di questa zona, che trovo così carini. Vorrei comprarne uno! Anche ora facciamo qualche chiacchiera in inglese perchè ci son sempre ragazzi che vogliono parlare con noi.
Rientrati restiamo a giocare a backgammon con i nipoti, Aziz e la moglie. Ovviamente non riesco mai a vincere! E nemmeno Alessio. Finiamo la serata con balli curdi in compagnia, due chiacchiere, qualche tè e nanna. Un altra stupenda giornata è passata. Qui che sembra di essere dal'altra parte del mondo, mi sento proprio a casa.





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