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sabato 13 giugno 2015

Il grande mercato di Marrakech, il magico souq




















Muri scrostati, raggi di luce polverosi, carretti, grida, colori, oggetti bellissimi, folla.
Stupore, smarrimento, vivacità, curiosità.
Voglia di immortalare tutto e voglia di essere discreti osservatori di questa realtà.
Mille piccoli negozietti carichi all'inverosimile di merce, pronti a catturarti per un acquisto, un te, un complimento,
Una folla colorata che come un fiume investe le strette vie del mercato più famoso d'africa, della città rossa più ammaliante del Marocco.
Difficile descrivere a parole il suk di Marrakesch.
Le parole non rendono l'idea di cosa possa essere, forse perchè è un'esperienza personale.
E il senso che ognuno percepisce in questo labirintico caos di colori e forme belle.
E' un'esperienza che non ammalia tutti, non è finzione di bellezza, ma di vita marocchina.
Vendita e produzione di artigianato locale, negozietti di merce e vie affollate di persone.
Luci ed ombre, sporco e pulito, rumore e silenzio.
Ci sono vie più eleganti, zone popolari.
E' sentirsi dentro un'esplosione di suoni, odori, colori, forme, volti, abiti.
Dalla vuota piazza diurna centrale di Djema el Fnaa si diramano le vie della medina di Marrakesch.
Arrivo per caso in una zona lavorano gli artigiani che realizzano le lampade, le babbucce, i pouf.. insomma tutti gli articoli venduti,
Gli oggetti sono davvero bellissimi, così anche i colori, le forme, le emozioni di questo angolo marocchino.
E' un labirinto di vie strette in cui perdo subito l'orientamento, qui non arrivano tanti turisti, non è pericoloso ma ogni tanto il pensiero mi sfiora.
resto affascinata dalle lavorazioni, dalle piccole botteghe senza finestre, dai lavoratori che senza sosta procedono il loro lavoro.
Sono tutti uomini, di tutte le età intenti nelle loro mansioni artigiane, tra scorci e scene che credevo non esistessero.
La polvere è ovunque, i vestiti arabi e gli spiragli di luce anche.
un altro mondo, mi sento fuori dal tempo e da qualsiasi luogo,
Si batte il ferro, si intaglia il legno, si cuce la pelle, la si colora..









lunedì 21 luglio 2014

Marocco trekking sulol'atlas




Una bella idea di viaggio lenta è quella di alcuni giorni di trekking tra le montagne dell'Alto Atlante.
Io sono stata Touffrine e Magdaz, bellissimi villaggi berberi fuori dal tempo.
Ma di villaggi di fango ce ne sono molti e tutti stupendamente berberi.
Fare trekking qui mi ha permesso di conoscere un volto del Marocco che non immaginavo nemmeno.
Dormendo a casa dei berberi mi sono sentita davvero con loro, cenando tutti insieme e mangiando dalla stessa ciotola ho capito cos'era la condivisione.
Oltre la bellezza di queste montagne, c'è un modo da scoprire, fatto di cortesia, tradizione e semplicità.
Gli uomini partono la mattina presto per i campi, con davvero pochi mezzi.
I bambini vanno a scuola a piedi, le donne trasportano legna e lavano.
Il te si beve insieme con frutta secca e facendo quattro chiacchiere in allegria.
Sono villaggi immersi nella valle rossa e verde, rossa come la terra di questa zona e verde per gli alberi.
Donne che lavano al fiume, uomini a dorso di asino o a piedi, bambini che giocano e chi vi chiederanno una penna o una caramella, i loro occhioni non li scorderete con facilità.
Portate caramelle, pastelli, pennarelli e fogli per loro, qui manca quasi tutto.
Tutta la zona del medio e alto Atlante è stupenda per il trekking.
I paesaggi sono stupendi, con belle montagne, valli, cascate, fiumi.
In inverno ho trovato anche la neve sulle cime delle montagne, ho camminato sulla terra rossa attraverso case di fango e ruscelli in compagnia della sorridente gente locale, timida e ruspante.
Villaggi di terra rossa con panni stesi colorati, donne velate, asini, silenzio.
 E' un Marocco lontano dal caos delle città, dalla gente furba, dalle auto e dal turismo.
Qui la popolazione locale è genuina, vive ai ritmi della natura ed è molto accogliente.








le mie foto su flickr

https://www.flickr.com/photos/37888175@N06/sets/72157625299348599/

venerdì 4 luglio 2014

Giardini Majorelle, il ricordo di Yves Saint Lorent a Marrakech

 

Decido di visitare il famoso giardino Majorelle di Marrakech, nonostrante non sia un munumento storico o locale, ma un'opera d'artisti francesi trasferiti nella città.
Raggiungo la zona della città nuova esterna alle mure rosse ed arrivo all'ingresso del famoso giardino.



I giardini Mahorelle prendono il nome dall'artista francese Jacques Majorelle che fece costruire una villa perchè vi si trasferì nel 1.919 a vivere. 
Era un appassionato di piante e con il tempo collezionò diverse spiece botaniche da tutto il mondo.
Entrando una fontana blu con acqua zampillante e palme da il benvenuto.
Il blu acceso usato per le pareti esterne della villa si ritrova anche nei muretti del giardino e spicca tra il verde della vegetazione, tra i giochi di luce e di ombra delle fronde degli alberi.
Passeggio in questa zona silenziosa tra il canto degli uccellini e il rumore dell'acqua. Un oasi di fresca pace nella caotica Marrakech.
Un giardino moderno e particolare, pulito e ben tenuto.
Blu e verde sono i colori predominanti, interronti bruscamente da grandi vasi color fluo gialli e arancioni.
Eccentrico contrasto di colori, poco usuale. Questo tono di blu prese il suo nome, blu majorelle.
Villa e giardino sono un mix di stile liberty con influenze marocchine locali e personali dell'artista.
Ora all'interno della villa si trova il Museo di Arte Islamica con gioielli berberi, vestiti, oggetti di uso quotidiano e religioso.
Dal 1.947 il giardino è aperto al pubblico, ospita turisti e scolaresche in visita.
Tante palme e piante grasse sopratutto in contrasto con la terra elegantemente ricoperta da sassolini rossi.
Molti cactus, noci di cocco, banani, bambù, gelsomini e bougainville.
Al centro una fontana con delle ninfee, pesciolini e qualche tartaruga.
Non è certo una meta imperdibile, ma un esempio piacevole di villa di un artista e un luogo fresco e originale.
Camminando tra le piante arrivo al piccolo munumento in ricordo di Yves Saint-Laurent, che comprò il giardino nel 1.980 perchè dopo la morte di Majorelle nel 1962 restò abbandonato.
Fu Yves Saint-Laurent che si dedicò al restauro e riaprì al pubblico il giardino.

 

















mercoledì 10 giugno 2009

memorie di un viaggio marocchino




MAROCCO è ....... soffici dune mobili del deserto viste sotto la calda luce cangiante del sole, scosse e rigate dal vento in piccole ondine che le fanno sembrare un mare sconfinato.
Le orme dei nostri piedi nudi che salgono affannosi sui pendii sabbiosi.
Le creste delle dune dalle forme morbide, che danno vita a ombre che sfumano dal color ocra al cacao, al rosso fuoco e al blu.
La sensazione di infinito, di tutto e del niente più assoluto.
Sono i passi che nel deserto si spengono con un soffio di vento, come le fiamme delle candele. È la luce rossasta che accarezza le dune e le accende.
Quando il sole scende la sua luce da oro, si fa rosso fuoco. Quasi sfuma tutti i contorni che l'occhio umano riesce a scorgere attraverso il buco serratura umana che è l'occhio. Dalla penombra affiorano le creste rosse delle dune illuminate dal sole caldo. E sembra un mare infinito di onde scure dalle creste rosso fuoco che si piegano come i cavallucci di un'onda, di questo oceano di dune che è il desrto.
È luna gialla, incredibilmente luminosa che si leva in un cielo africano, ora rosa e azzurro, che cambia tonalità in continuazione. E' il vento incessante che sfiora la tua guancia, riempiendoti di sabbia ovunque. Quella sabbia morbida, impalpabile e secca. Dalla parte opposta scendendo nelle dune basse i profili alti in controluce appaiono muri neri modellati dal vento, alle spalle di un cielo africano giallo e arancio.
È il cielo la notte, color carta da zucchero e non buio pesto. È la luna così luminosa e fiera che illumina le dune. Il fuoco che si accende al centro del bivacco, con gli umoni di colore vstiti con lunghi abiti bianchi e sciarpa bianca a coprire il capo. Tengono in mano e scaldano i tamburi sul fuoco. Per poter suonare la pelle dev'essere tesa. E con questo freddo non riesce a dilatarsi a dovere. E' cantare a ritmo di tamburi sotto la notte africana che offre la sua luna piena, il suo cielo così blu e la sensazione unica del deserto, anche di notte. Stare qui nel nulla, ma non aver bisogno di nulla.
È l'alba che arriva al mattino, nella fredda luce del primo giorno del'anno, che toglie il buio azzurrino e scalda le dune con il suo riflesso dorato. Ne fa emergere le creste, i dolci pendii modellati dal vento secco del deserto e scopre le sue forme di meringhe. Le ombre si fanno violacee mentre le parti illuminate delle dune divengono di rosa rossastro molto caldo. La terra che non è coperta dalla sabbia è bianca e squamata. Strati sottilissimi di terra secca come una crosta, che si sgretola e si quama sotto il caldo atroce. E' un uomo con il vestito nero tradizionale con cappello a punta che cammina in questo mare di sabbia, sotto una luna metallo che si inabissa nel cielo violaceo, popolato da cornacchie nere. Sono i giochi di luce e di ombre che mutano ogni secondo sotto un sole che sta sorgendo ed allunga i suoi raggi, scopre lentamente la parte superiore delle dune, per poi salire in alto e illuminare tutto. Sono i fiorellini gialli e i cespugli verde smeraldo che non pensavi di trovare sulle dune.
E' partire la mattina e appena lasciate le dune, scoprire un terreno sassoso, con piccoli cespugli verdi. E' meravigliarsi di come da una distesa piatta le dune inizino così all'improvviso. E' la distesa secca e bianca di sale del lago iriqui, sul quale troviamo una cicogna. E ti chiedi cosa faccia mai in mezzo a questo nulla. E' il miraggio che sorgi all'orizzonte per la prima volta, ed è più bello e reale di quel che avresti mai immaginato. Si vede proprio un lago azzurro con tanti alberi!
Sono le montagne nero cacao che emergono dalla distesa piatta del deserto e sembrano biscotti che si sgretano sotto il sole. Sono color nocciola, cacao e vaniglia. Forme soffici plasmate dal sole e dal vento. Ai loro piedi la terra che si è sgretolata. La conformazione del terreno è molto varia e cambia in continuazione. Terra secca, sassi ora neri, ora rosa. Distese un po' sabbiose con piccoli ciuffetti gialli che fanno capolino e distese di terra secca e nuda.
E' arrivare da Erg Chegafa a Foum Zguid e veder appare un villaggio annunciato dalla porta con l'arco bianco e le torrette marroncine. Gli edifici sono rosa con piccoli bordi bianchi. Sul lato destro della collina il motto del paese: Dio, Patria, Re. Scritto in bianco, con sassi, in lingua araba. Il paese è una via su cui si affacciano le poche case. Edifici di al massimo due piani con le facciate rosa. Al piano terra piccoli portici rotondi. Al loro interno porte di ferro azzurre aprono per offrire piccoli negozietti. A fare da sfondo a questo piccolo insediamento montagne e palme. Il sole è bello caldo. Per le strade la gente del posto si muove lenta e svogliata, molti sono seduti ai lati delle strade o appoggiati al muro della moschea.
Sono le pochissime vie del paese piene di gente a piedi, in bici o in carretto. Ognuno occupato nelle proprie faccende quotidiane. Sono i tajine sul fuoco e carne sulla griglia. Il fumo che esce invade anche la strada e inzuppa le tende unte e scolorite. Sono le coca cola in bottiglietra di vetro con la scritta araba. Sono finestre dalle inferiate in ferro bianco e azzurro. Vecchi mercedes color beige sono i taxi del paese.

Diana









Ho già attraversato tante volte queste sabbie, disse il cammelliere, ma il deserto è tanto grande, gli orizzonti rimangono così lontani da farti sentire piccolo e lasciarti senza parole.

Paulo Coelho