venerdì 3 settembre 2010

DOGUBEYAZIT Turchia est

14 AGOSTO 2010

Lasciamo Van e partiamo alla volta di Dogubeyazit, distante 180 km. Lasciamo Van con le ultime immagini del lago azzurro negli occhi, che diventa sempre più lontano e lascia spazio ad appezzamenti di terreno gialli e verdi. Ancora città di confine nell'est del kurdistan, sempre vicini all'Iran, siamo ad una trentina di kilometri. Campi di grano tagliati e piccoli ciuffi d'erba a seccare sopra, montagne e militari armati sono le immagini di questi luoghi. Mai nessuna sensazione di pericolo per le assolate strade anatoliche. Questa è la nostra penultima tappa curda. Dogubeyazit, non l'ho ancora vista ma il nome mi affascina già, ha un suono bellissimo. Sul web un articolo dice che deriva dall'inglese dog biscuit, biscotto di cane. I curdi però ci insegnano che Dogu vuol dire est e Beyazit deriva dal soprannome del sultano, ritenuto abile come il cane pastore bianco che guida le pecore.
La città si sviluppa ai piedi dell’Ararat, il biblico monte vulcanico che divide i confini tra Turchia, Iran e Armenia. Recentemente archeologi, studiosi cinesi e turchi hanno dichiarato il ritrovamento, a 4.300 metri d’altezza, dell’Arca del diluvio universale, si, proprio l’Arca di Noè. Nell'antico Testamento è scritto che quando le acque del diluvio si ritirarono, scendendo dal Monte Agri (Ararat) Noé e la sua famiglia, giunsero nella valle di Igdir per stabilirsi nel sud ed ovest, lungo i fiumi Dicle (Tigre) Firat (Eufrate) e nacque la seconda generazione umana. Oltre che in un libro di storia, siamo nella leggenda, forse alle nostre origini. Ci vogliono occhi e anima aperti, da queste parti. Ci vogliono la curiosità e la fiducia di un bambino per guardare un pò oltre i muri sbiaditi e le strade polverose alla ricerca delle nostre origini, o forse solo per sentire quello che abbiamo dentro. Anche stare qui sul dolmus e vedere il mondo che scorre, i panorami che cambiano e la cortesia che invece è sempre la stessa, è un viaggio, un'esperienza necessaria. Ogni ora passata in bus è un momento in cui riesco a riordinare le immagini, i profumi e i colori della Turchia. Un momento di pausa e riflessione. Ogni posto meriterebbe più tempo, ma voglia di scoprire è più grande, così continuiamo il nostro viaggio.
Arriviamo verso mezzogiorno. Anche qui siamo gli unici europei del dolmus.
Scesi finiamo per seguire un ragazzino che ci indica, credo uno dei pochi hotel della città, Hotel Grand Derya. Sembra un grand hotel una volta, fastoso doveva anche essere. Ora molte bandiere sbiadite sono davanti alla porta, è molto grande ma sembra vuoto. Contrattiamo 30,00 euro a testa, visto che la rischiesta è superiore. L'atmosfera è di decandenza, tanto da farmi tenerezza. Poltrone e ampie sale ora desolate. Ha l'aria di un posto dove ultimamente non passa molta gente. Faremo solo una notte. La camera è carina, il balcone con vista Ararat al terzo piano, è sicuramente molto bello. Il letto non c'è, sono due materassi alti l'uno sopra l'altro, ma quasi non me ne accorgo. Il bagno ha i sanitari imbottiti in simil pelle bianca, che brutta sensazione, mi fan sorridere però. Come al solito tanto non la sfrutteremo che giusto per la notte, la vista però è unica.



Ararat


Usciamo subito a fare un giro. Siamo qui sicuramente per vedere il palazzo Isak Pashà e il monte, senza però salirci. Sarebbe stato sicuramente interessante per chi è un pò allenato. Anche un mio parente c'è stato e me lo ha raccomandato. Con i suoi 5.167 metri d'altezza, ghiacciaio e neve perenne, non è da sottovalutare. Per salire ci vorrebbe un permesso speciale del governo, che va chiesto almeno 60 giorni prima. Per i curdi la polizia non è mai salita a controllare e non lo farà, è tra i rilievi dell'Ararat che si nasconde il PKK, braccio armato curdo. Così il permesso non serve, in pratica perchè i polizziotti non rischierebbero mai di essere attaccati lì. Permesso o no, ci accontentendiamo di ammirare la sua vetta dalle forme morbide e bianche per la neve. Ora una nuvola è lì proprio come una soffice corona sulla sua testa. Questo è uno dei luoghi dove mi sono sentita un pò come un esploratore in terre lontane. Sembra ancora di conquistare qualcosa. Non vediamo turisti per le vie della città.
Ci fermiamo a mangiare qualcosa da uno che troviamo aperto. C'è ancora il ramadam, ma ci concede un pasto. Esce a comprare l'occorrente e il ragazzo cucina per noi della carne con il pomodoro. Siccome ho ancora qualche problema intestinale evito di bere l'acqua nel bicchiere, non sapendo bene da dove arriva. Quasi mi dispiace e mi vergogno un pò quando vedo che il ragazzo lo nota e portando il cay me lo presenta in un bicchierino di plastica. In realtà avevo forse più dubbi sull'acqua che sul bicchiere. L'igiene in Turchia è di casa, ho quasi paura di averlo offeso. Evito spiegazioni perchè parla solo turco o curdo. Una parola curda però l'ho imparata: Spasst, grazie. Alessio la ricorderà forse solo dopo altri 20 giorni e saremo in italia! :)
Il conto è ovviamente esageratamente onesto. Abbiamo mangiato due piatti a testa, bevuto cay e han messo la musica per noi infedeli dalla pancia ora piena. Qui per fortuna non si sogna nessuno di pensare che potrebbe approfittare di te, bene, è il mondo che vorrei.
Per le strade piccole botteghe, ragazzine che stringono il corano in mano, bambini che giocano. Anche qui solo curiosità e sorrisi, per noi stranieri arrivati da lontano. Credo che solo Van, la maggior parte degli abitanti qui, non l'abbia mai visto. Ci chiedono se siamo americani, forse per intendere che arriviamo da lontano. Sono curiosi e gradiscono le foto. Le ragazzine guardano con timidezza e ridono. Come già succsso appena dici italiano in kurdistan.. la stessa risposta. Avevate un buon polito Dalema, aveva dato asilo politico ad Abdullah Öcalan, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan Pkk. Certo noi facciamo sempre la bella figura, prendendo in giro gli altri. Per i curdi siamo stati eroi e non è stata certo colpa nostra se gli americani ci hanno imposto di ridarlo alle autorità turche. Come se non lo sapessimo. Alla fine ne usciamo sempre vincitori, che popolo di abili.
Ci decidiamo ad andare verso l'Isak Pashà. Ci dicono che solo il taxi arriva lì. Sicuramente c'è anche un bus, ma alla fine contrattiamo un taxi e via.
La strada asfaltata esce dal paese e attraversa paesaggi di montagne colorate ai piedi dell'Ararat dalla cima bianca.
Il palazzo di Ishak Pascià ci appare all'improvviso come una visione miele che si staglia verso il cielo azzurro, così bello e semplice da non sembrarmi vero. E' li alla nostra destra su una collina a tratti verde, marrone e beige. Qui l'influenza dell'Asia mi sembra più vicina. Siamo a 1.900 metri di altitudine e siamo tra le vette delle montagne. Il Palazzo davvero mi ricorda quello delle Mille e una Notte. Si trova a 6 km dalla città di Dogubeyazit, su un'altura che guarda sul panorama sottostante.
Alla fine del XVII secolo, nel 1685, Çolak Abdi Paşa il governatore della regione curda iniziò la costruzione di questa residenza estiva che fu completata solo nel secolo successivo dal figlio, Ishak Pasa. Il governatore lo realizzò per creare un palazzo che potesse competere con lo splendore del Topkapi di Istanbul, il palazzo del sultano. Giudizio profano il mio, ma l'Ishak Pascià mi ha emozionata molto più del famoso Topkapi. La posizione è così bella e la fusione di stili differenti ottomano, persiano, armeno, georgiano, selgiuchide è ben miscelata.
Venne edificato sopra i resti di una fortezza dell'antico regno di Urartu che fu poi modificata dai selgiuchidi e dal sultano ottomano Beyazit I Yildirim, soprannominato il lampo, per ultimo. Fatto prigioniero dei mongoli dal condottiero usbeco Tamerlano morì proprio qui nel 1403. Se non è storia questa.
Le stanze erano 366, 24 erano riservate all’Harem, oltre ad un Caravanserraglio per i viaggiatori. Affascinante è sapere che si trovava sulla via della seta.
Entriamo. Dal portale orientale si accede al cortile destinato al corpo di guardia.
Oltrepassando il secondo portale si accede ad un altro cortile affiancato da una moschea a cupola. Uno spazioso Selamik accoglieva gli ospiti e le udienze che deliberavano sentenze.
Una volta c'erano porte placcate in oro, che ora non si possono più ammirare. I russi che nel 1917 occuparono la città le portarono via all’Hermitage di Pietroburgo. Quasi quasi le andrei a cercare.
Il palazzo aveva persino un riscaldamento centrale, acqua corrente e una rete fognaria. E' stato chiuso per qualche tempo ma ora è quasi completato il restauro. C'è un tetto di vetro che protegge il palazzo dall'erosione da parte di agenti atmosferici.
Entriamo e vaghiamo per le stanze di pietra rossastra e miele caldo, senza arredi, copletamente vuote. Possiamo solo immaginare la bellezza e il fasto durante il suo periodo di massimo splendore. Già sapere che si trovava sulla Via della Seta, dona un certo fascino. Anche il contesto di forme e colori delle montagne vicine non possono che emozionare. Pareti dai toni caldi e accoglienti, finemente incise in decori.
Passiamo dalle stanze dell'harem, dal bagno turco e dalle stanze delle fanciulle.
Nelle stanze ci sono bei caminetti in pietra e finestre che danno sullo splendido panorama. Montagne spoglie grigie, marroni a piccoli tratti verde e rossastro. Dalla temperatura mite non sembra neppure di essere a 2.000 metri.
In una stanza ampia, forse per le cerimonie, volte intagliate ed eleganti. Muri ocra a tratti bianchi e neri come una scacchiera. I colori si fondono e i toni rossastri, beige e l'azzurro del cielo sono magnifici. E' il palazzo che in vita mia mi ha affascinata di più. Girando con il naso all'insù per queste stanze e cortili non posso fare a meno di pensare che mi piacerebbe avere la macchina del tempo e tornare a quando il massimo splendore faceva vivere questa meraviglia dorata. Porte d'ingresso decorate e maestose.































Fuori dal palazzo conosciamo due ragazzi curdi. Ci hanno dato una mano con l'autista turco che voleva mollarci all'Isak Pashà, dicendo che abbiamo chiesto di andare al palazzo, ma non abbiamo pronunciato la parola ritorno. Ci rimango un pò male, perchè fin ora in Turchia le persone son sempre state oneste, ma capisco che quando arriva il turista si cerca di approfittarsene. Lo hanno così stressato che alla fine ha aspettato che facessimo la nostra visita. Ci dicono che qui nella zona di interessante ci sarebbe anche un fortezza urartea e delle mura che delimitano un frutteto dove, sempre per viaggiare tra le leggende, qui narra di un amore impossibile tra Karim un ragazzo musulmano e Asli, una principessa cristiana.
Volendo andare con loro a fare un giro in paese li facciamo salire sul dolmus e torniamo in centro. Figurarsi che loro volevano persino pagarci la corsa, ma non se ne parla. Che popolo i curdi!
La città di Dogubayazit è nata solo alla partenza dei russi, è una città nuova che conta ora trentaseimila abitanti. I ragazzi ci mostrano l'Ospedale costruito dalla cooperazione Italiana specializzato in maternità per combattere l'ato tasso di mortalità post parto. Qui ci dicono essere una delle zone più in difficoltà del paese, cosa che senz'altro si può facilmente intuire girando per la città. Fuori dal centro ci sono molti villaggi che vivono in situazioni d'emergenza. Le donne hanno spesso una ventina di figli e i parti non assistiti erano causa di molte morti. Ora l'ospedale da assistenza nel parto e nella gravidanza.
Per le strade fa un pò timore vedere molti militari dietro il filo spinato. Ragazzini magri dal volto quasi sperduto che imbracciano il mitra, di guardia nelle caserme che qui al confine non mancano. Passa anche un carro armato a fianco a noi. Nonostante ciò l'atmosfera sembra quella di una cittadina tranquilla, almeno ora.
Il paese non ha nulla di caratteristico o storico, ma l'Ararat regala sempre uno scorcio unico.
IL centro è una via pedonale di negozi e bar con tavolini anche in strada. Uomini seduti senza bere, fumare o mmangiare. I 40 giorni di ramazan sono appena cominciati.
Ci fermiamo per un tè e per chiacchierare. E' sempre interessante lo scambio culturale. Qui possiamo bere il tè nella terrazza superiore, che non si vede dalla strada. La terrazza degli infedeli la chiamo. Uno dei due ragazzi osserva il digiuno e l'altro non lo fa da qualche anno. Dicono che la scelta è libera e personale. Ma a casa sua nessuno lo sa. Anche al bar altre persone sono curiose di sapere da dove veniamo e che la lavoro facciamo. Vogliono sapere cosa abbiamo visto della Turchia. Finiscono per ricordarci anche loro come eroi quando Dalema diede asilo politico a Ocalan. Peccato per gli americani, già, è tutta colpa loro, sostengono unanimi.
Il tè naturalmente ce lo offrono e la cortesia curda non poteva certo venire meno qui. Uno dei due ragazzi lavora accompagnando le persone sull'Ararat, che qui si vede da ogni strada. C'è una cavità geologica in un villaggio vicino al piccolo Ararat che potrebbe avere la forma dell'arca. Mi piacerebbe restare un giorno in più per vedere qualcosa nei dintorni. Mi piacerebbe anche solo muovere qualche passo sull'Ararat. Affascinante, mistico con la sua vetta candida. Attualmente l'Ararat è un vulcano spento dal 1840, quando il 2 giungno eruttò per l'ultima volta.
Dati i suoi 5.165 metri di altitudine, il piccolo Ararat Buyuk Agi che sta accanto sembra quasi di modeste dimensioni nonostante i suoi 3.900 m.
I ragazzi ci ricordano che altre attrattive sono interessanti sempre in questa zona.
Agri, per esempio, che è il capoluogo di provincia a 95 km. La città di Iğdır nella pianura di frutta e cotone. Monumenti rupestri urartici, un caravanserraglio Selgiuchida del XIII sec. a 25 km da Igdir nel villaggio di Kervansaray, il Castello NeroKarakale, il lago del pesce Balic nella zona nord orientale e le numerose sorgenti termali.
Al lago Balik hanno la fama di essere ottime le celebri trote salmonate e il dolce
locale "Asure", noto anche come il budino di Noè.
Un cratere Meteor Cuckuru si formò nel 1920 a seguito della caduta di un grosso meteorite. Il buco ha dimensioni di 35 m di larghezza e 60 m di profondità.
A soli 18 km da qui c'è anche una piccola stazione sciistica che sorge sul monte Bubi.
Dogubeyazit ospita un Festival della musica e della cultura kurda tutti gli anni, ne sembrano molto fieri. Qui abbiamo anche comprato i cd con musica curda. Ormai le canzoni note le conosciamo anche noi.
Nessuno mi parla della Diga che avrebbe distrutto villagi storici millenari tra il Tigri e l’Eufrate. Fortuna che il progetto, a quando so, è stato bloccato. L'idea di sopprimere i resti di quella che era la mezzaluna fertile mi avrebbe scioccata. I curdi sicuramente non erano favorevoli. 

Uno dei ragazzi ci saluta, ci augura buon viaggio e ci lascia. L'altro ci invita a cena stasera. Accettiamo lusingati. Ci diamo appuntamento alle 19.30, ora in cui terminerà il ramazan oggi. Facciamo qualche giro per la cittadina e rientriamo in hotel. Facciamo tardi perchè il ragazzo che lo gestice ci fa sedere per una chiacchierata. Finisce che il ragazzo ci viene a prendere in hotel, mentre nella hall mi stavo asciugando i capelli. Di corsa andiamo a comprare il pane e corriamo a casa sua. E' il fratello, sposato e già con tre figli che ci invita. La bella e giovane moglie curda ci accoglie calorosamente e mi bacia sulle guance con sincera simpatia. L'esperienza di una cena con loro è unica. Noi mangiamo nella stanza degli ospiti solo con il ragazzo. Alla tv le canzoni curde e un pò di telegiornale. L'interno è nuovo, curato, come una casa nuova da noi. Non ci sono mobili ma solo tavolo, tv e divano. In un angolo dei cuscinoni e tappeti.
La cena è ottima e abbondante. Zuppa per iniziare, quella locale. Carne con patate come secondo, insalata di pomodori, cetrioli e prezzemolo. Il pane come sempre ottimo. Mi vergogno un pò quando ci chiedono se ci va dello jogurt e scopro che escono a comprarlo. Non volevo certo disturbare. Si scusano dicendo che a saperlo con anticipo ci avrebbero cucinato qualcosa di speciale e invece è una cena semplice. Neanche per idea, è tutto ottimo e abbondante. Abbiamo davvero apprezzato.
Guardiamo un pò di Tv insieme e tutto il mondo, visto dal tg, sembra paese. Il figlio più piccolo se ne sta lì gattonando nella stanza e me lo spupazzo un pò, finchè la mamma se lo riprende.
Un viaggio in kurdistan vuol dire anche uscire e ritrovarsi nel negozio di tappeti a bere tè iraniano di contrabbando, delizioso con cannella e altre spezie. E' essere lì, spagnoli, curdi, italiani e scozzesi a parlare dei nostri giri. Chi domani va sull'Ararat, chi sta qui due mesi ogni anno e chi, noi, domani già riparte.
Noi compriamo un tappeto, anche se nessuno ce lo ha proposto. Non ci avevo pensato, ma poi vedendo i colori così belli ed i prezzi onesti, ci siamo concessi l'acquisto! Evvai, un bel tappeto con i simboli dell'ararat. Sarà il mio ricordo di Dogubeyazit.


qualche scatto per la città



















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